Maurizio Angiolieri?!

di Gabriele (V ginnasio, sez. G)

Nel pieno di una notte tarda e afosa,
io e la dama mia, su la vettura,
giungemmo in camporella in zona ascosa.

Poich’ ella del guardon tenea paura,
primanco di sganciar lo tieni seno,
li vetri a Gazzettar ebbi gran cura.

Con fame astinenzial, di mesi almeno,
tuffonmi in su di lei, ma porca vacca!
Mi pianto nello sterno il manual freno!

Lo trauma intercostal l’ardor non fiacca,
ma impervio è il fornicar entro ‘sta Panda,
dannata imitazion di Fiat polacca!

Ma a un tratto lei a me: “Qualcun ci guarda!”
E scorgo tra i giornal, mettendo a foco,
un omo in ravanar dentro a mutanda!

“Ma vatti a spippettare in altro loco!”
Consilio allo zozzon, ca’ fugge lesto:
“E infodera l’augel che tanto è poco!”

Scacciato il peccator nel buio pesto,
mi sgrida un campanil, è mezzanotte:
“Orsù, concretizziam, che m’alzo presto!”

“Pulcin”, sussurro a lei, “belle guanciotte”,
ma lei rispuonde a me subitamente:
“Appellami baldraccia e dammi botte!”

Giacché tal perversion la fa gaudente,
mi adopro a mulinar sfanculi e calci.
“Aumenta”, implora lei, “ca’ sento niente!”

Mi aggrappo a li giornali atti a pararci,
lo roseo Gazzetton m’annunzia il lutto:
lo nostro centroavanti vuol lasciarci!
Notizia bromural che spenge tutto.

Il tema di questo testo fa subito pensare ad un noto scrittore, coetaneo di Dante Alighieri, Cecco Angiolieri.
Il paragone nasce dal fatto che come il sonettista medievale, Maurizio Lastrico riprende in questo testo comico la tematica dell’ “Amor carnale”, ovvero una rappresentazione realistica e schietta dell’amore e della sessualità. Inoltre l’uguaglianza che ritroviamo in questi due uomini è sicuramente il pubblico a cui vengono letti i loro componimenti, cioè il popolo. A differenza di Angiolieri, Lastrico divulga le sue “Opere” in teatri in giro per l’Italia, mentre i sonetti del poeta lussureggiante venivano letti in piazza oppure nelle locande toscane.
Tra paragoni e differenze tra i due, il comico degli endecasillabi non scrive nel proprio dialetto, ma scrive in Italiano, questo permette all’umorista di essere famoso in tutto il nostro paese, mentre la fama di Angiolieri si estendeva solo in Toscana, poiché appunto componeva i suoi endecasillabi nel proprio dialetto.
Lo stile dei due si basa sulle proprie personalità e di conseguenza scrivono su fatti che accadono realmente, talvolta vissuti in prima persona, talvolta no, descritti con il proprio modo di pensare; un esempio calzante è la descrizione del piacere riportato sulla carta da Cecco, il quale riporta “Tre cose solamente mi so’ in grado / le quali posso non ben ben fornire / ciò è la donna, la taverna e ‘l dado / queste mi fanno ‘l cuor lieto sentire”, mentre il comico genovese scrive della ricerca del gaudio della donna “Appellami baldraccia e dammi botte! Giacché tal perversion la fa gaudente, mi adopro a mulinar sfanculi e calci” e non solo quello dell’uomo, infatti cerca di essere dolce addirittura chiamando l’amata “Pulcin”.

 

 

 

 

 

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