Dal De Amore al TVB

di Filippo (V ginnasio, sez. G)

Che cos’è l’amore se non un abbraccio furtivo di pensieri nascosti?” si chiedeva nel 1185 Andrea Cappellano nella sua opera “De Amore”, dando forma a quell’amore cortese che tutti noi oggi conosciamo. Se leggendo il terzo capitolo della sua opera si potrebbe pensare che il “fin’amor” sia solo biondi capelli e dolci sguardi che accendono la passione ed il desiderio per una donna irraggiungibile, da cantare con soavi parole, cosa assolutamente inimmaginabile al giorno d’oggi, sfogliando i primi due capitoli si troveranno numerosissime affinità con l’amore del tempo dei cellulari.
Il terzo capitolo non è infatti che una “reprobatio amoris” in cui Cappellano, per difendersi dalle accuse mosse da coloro che credevano nell’irraggiungibile superiorità della donna domina, nell’assenza di carnalità e nella profondità del sentimento coniugale, è costretto a rinnegare in senso religioso ciò in cui credeva e di cui aveva scritto nei primi due capitoli: la superiorità dell’amore non coniugale. Egli aveva scritto di un amore rispettoso nei confronti della donna, generoso, sincero, nobile e cortese, ma privo di spiritualità e non legato al matrimonio che rischierebbe di farlo apparire, infine, scontato. La concezione di Cappellano però era rischiosa in un tempo in cui i poeti professavano l’amore per Dio, e quel profondo sentimento descritto nei primi due capitoli del De Amore ha finito per essere trasformato in una passione non carnale, quasi religiosa (da ANGELO STUMMO, Liceo scientifico “P. Metastasio”, Scalea).
Dal concetto di ”amor cortese” prendono vita le terzine di “Io m’aggio posto in core a Dio servire” di Jacopo da Lentini in cui il poeta, completamente dedito a Dio ed ai doni di cui esso è portatore, come l’ascesa alla vita ultraterrena “io m’aggio posto in core a Dio servire, com’io potesse gire in paradiso…”, si scopre incompleto senza i biondi capelli e lo sguardo dolce e chiaro della sua donna “… sanza mia donna non vi vorria gire, quella c’ha blonda testa e claro viso…”. L’assenza dell’amata lo priverebbe di ogni piacere; non il piacere della carne ma il semplice conforto di un suo sguardo o la possibilità di osservare il suo amabile modo di muoversi ed il suo viso “…ma non lo dico a tale intendimento, perch’io pecato ci volesse fare; se non vedere il suo bel portamento e lo bel viso e l’morbido sguardare…”.
Sempre dallo stesso concetto deriva la sofferenza di Pier Della Vigna che il poeta sublima in “uno piasente sguardo”, malinconica missiva al suo amore lontano la cui assenza lo tormenta; “…canzonetta piangente, poi ch’Amor lo comanda, non tardare, e vanne a la più fina. Saluta l’avenente e dille: <<a voi mi manda un vostro fino amante di Messina; mandavi esto cantare, che vi degia membrare – del suo amore; mentre che vive è vostro servidore>>”.
E ancora “Amor è un desio che ven da core” di Da Lentini, sonetto incarnazione di tutti i valori della lirica cortese del suo tempo. L’amore puro, che nasce dal cuore, che sa rinunciare allo sguardo stesso della donna amata, ma che dagli occhi di essa sa ricavare il nutrimento di un sentimento che vive nella memoria, mai nel corpo.
L’amor è un desio che ven da core Per abondanza di gran piacimento; e li occhi in prima generar l’amore e lo core li dà nutricamento. Ben è alcuna fiata om amatore, senza vedere so ‘namoramento, ma quell’amore che stringe con furore da la vista de li occhi ha nascimento: chè li occhi rappresentan a lo core d’onni cosa che veden bono e rio, com’è formata naturalmente; e lo cor, che di zo è concepitore, imagina, e li piace quel desio: e questo amore regna fra la gente
Ma lontananza, sguardi e inceder gentile sono ancora validi nell’epoca in cui gli sms hanno preso il posto delle missive d’amore?
Oggi come allora il corpo è simbolo del risveglio del desiderio, ma i biondi capelli delle ragazze moderne non sono gli stessi che le fanciulle cortesi intrecciavano armoniosamente e gli sguardi si sono fatti ammiccanti più che dolci e puri. Non esiste desiderio che non possa essere appagato, non c’è distanza, non sottomissione dell’uomo ad una domina, tutto si è fatto veloce di quella velocità che ha investito il tempo moderno, la conquista ha perso ogni dolcezza e spiritualità. E’ smarrito ogni valore, l’idealizzazione della donna angelo è sfociata nella triste mancanza di quel rispetto che persino Cappellano, nel più libero degli amori cortesi, cantava.
Tutto sembra essere stato sostituito da dinamiche più rapide e prive di poeticità, e al Cappellano del De Amore è succeduta un’anziana signora americana che, come Anna Carmen Lo Calzo cita in “Solo mio sarai”[Morellini editore, 2011], nel 1981 ha racchiuso in “Le Regole” tutti i più antiquati e preziosi insegnamenti per ottenere ciò che si desidera, riassumibili facilmente con la frase “giocare duro per arrivare al sodo”. E’ questo l’unico insegnamento necessario nel Ventunesimo secolo, non esistono più nobiltà d’animo, sincerità, amor cortese o evocative parole ma solo la determinazione che appaga ogni ambizione e la tecnologia che elimina ogni distanza, solo “freddi desideri nascosti che si celano dietro ad ogni abbraccio furtivo” rendendo vana ogni poesia.

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