RIMANERE O LASCIARE TUTTO? (Una famija poverella…e la mamma va a Bucarest)

di Elena e Margherita (V ginnasio, sez. E)

Pensandoci su, qual è l’argomento di cui avete sentito maggiormente parlare in televisione o sui giornali durante questi ultimi anni? La crisi, ovviamente.
Di certo la prima drammatica conseguenza della crisi è la povertà, la quale si riscontra per esempio in una poesia che nonostante sia stata scritta circa duecento anni fa, consideriamo tuttora molto attuale. Essa si intitola “La famija poverella” ed è stata realizzata nel 1835 da Giuseppe Gioacchino Belli, vissuto a Roma, all’epoca sotto lo Stato Pontificio. Prendendo in considerazione una sola famiglia, descrive con questo suo sonetto, in modo anche alquanto crudo, le condizioni disagiate dei poveri, che a Roma costituivano una parte consistente della popolazione. Infatti il suo scopo è quello di rappresentare piccole scene di vita quotidiana della gente bisognosa, proprio per sottolineare l’arroganza e il malgoverno di coloro che esercitano il potere, quali il papa. Dunque questa poesia ritrae una madre che insieme ai due figli aspetta il ritorno del marito nella speranza che abbia racimolato quanto basta per sfamare la famiglia: però, nonostante la grande desolazione, osserviamo una madre che cerca per quanto le è possibile di sopperire alle mancanze contingenti: infatti per esempio con un abbraccio tenta di infondere calore alla fìglioletta infreddolita e di rassicurare il figlio che invece è impaurito dal buio poiché non c’è olio per accendere la lucerna.

Quiete, creature mie, stàteve quiete:
sì, fiji, zitti, ché mo mò viè tata.
Oh Vergine der Pianto addolorata,
provvedéteme voi che lo potete.

No, viscere mie care, nun piagnete:
nun me fate morì cusì accorata.
Lui quarche cosa l’averà abbuscata,
e pijeremo er pane, e magnerete.

Se capìssivo er bene che ve vojo!
Che dici Peppe, nun vòi sta allo scuro?
Fijo, com’ho da fa si non c’è ojo?

E tu, Lalla, che hai? Povera Lalla,
hai freddo? Ebbè, nun méttete lì ar muro
viè in braccio a mamma tua che t’ariscalla.

Leggendo il libro “La badante di Bucarest” di Gianni Caria, possiamo riscontrare una versione più moderna della crisi. In breve, la storia parla di una donna quarantenne, Maria, che viene licenziata dal suo lavoro di insegnante. Trovandosi perciò in una situazione economica critica, è costretta a lasciare il marito Enzo e i due figli e ad emigrare in Romania per lavorare come badante. Si ritrova così a casa di un vecchio, illustre professore, ormai apatico e abbandonato dalla figlia nel letto per una malattia spietata che lo svilisce fisicamente e intellettivamente. È proprio questo stato quasi vegetativo che scaturisce nella protagonista riflessioni tra il nostalgico e il cinico, causate dal suo dolore, che si riversa quindi sulla realtà dei fatti. Si aggiunge inoltre la solitudine: infatti la donna, abbattuta, ha una vitalità assai ridotta. La partenza dall’Italia provoca in lei una messa in dubbio dei suoi rapporti, dati prima per scontati: difatti gli stessi figli sono ritenuti degli ingrati ed egoisti, interessati principalmente solo agli introiti della madre. Inoltre anche la figlia del vecchio professore, padrona della casa, si rivela molto crudele con Maria, non preoccupandosi nemmeno della sua alimentazione, dei suoi sentimenti e delle sue difficoltà. Alla fine del romanzo però si scopre che anche lei come Maria era emigrata in Romania, trovandosi nella medesima situazione.
Come quindi si nota facilmente, la crisi, pur non essendo l’argomento centrale della narrazione, ha tuttavia una posizione rilevante in quanto sta alla base della vicenda stessa, la quale non si sarebbe potuta sviluppare senza tale circostanza iniziale.
Partendo dal libro si può ulteriormente comprendere che l’uomo deve soddisfare le necessità primarie e ha bisogno di soldi per farlo. In tempi normali quando l’uomo riesce a soddisfarle pienamente, ha poi anche a disposizione tempo e denaro da spendere per tutto ciò che riguarda i bisogni secondari, come quelli culturali e valoriali. Invece in tempo di crisi l’uomo, non avendo più denaro e non riuscendo quindi a soddisfare i bisogni primari, si trova in difficoltà dal punto di vista della persona, cioè il tempo da dedicare a tutto ciò che può arricchirci umanamente o culturalmente viene meno. In generale lo stile di vita peggiora, perdendo di valore. Nel libro viene descritta una crisi economica che colpisce l’interiorità delle persone, il diritto del lavoro e del vivere bene: addirittura riesce a intaccare l’unità del nucleo familiare che in teoria dovrebbe essere la cosa più importante e l’unica a non crollare mai e a supportare anzi la società. In più oggi viviamo in un mondo dove siamo così tanto attaccati ai soldi che quando vengono a mancare siamo disposti a compiere furti e altri reati per cercare di ottenerli. Sì può dunque dedurre che il disagio sociale della crisi interiore in questi giorni, non è dovuta soltanto ad un peggioramento della società da un punto di vista morale, ma anche da una crisi prettamente economica e da un’ instabilità politica.
Infine, se da una parte la figura della madre descritta da Belli riassume pienamente l’idea di aiuto reciproco che è presente all’interno della famiglia in circostanze avverse, secondo noi dall’altra manca nella vicenda di Maria.
In merito a questo ha espresso il suo parere anche Papa Francesco, il quale afferma (http://www.cronopolitica.it/2014/03/20/papa-francesco-se-manca-il-lavoro-la-dignita-di-portare-il-pane-a-casa-viene-ferita/#_): «Se manca il lavoro, la dignità di portare il pane a casa viene ferita […] il lavoro riguarda direttamente la persona, la sua vita, la sua libertà e la sua felicità. Il valore primario del lavoro è il bene della persona umana, perché la realizza come tale, con le sue attitudini e le sue capacità intellettive, creative e manuali. Da qui deriva che il lavoro non ha soltanto una finalità economica e di profitto, ma soprattutto una finalità che interessa l’uomo e la sua dignità. Il disoccupato rischia di diventare vittima dell’esclusione sociale […] tante volte capita che le persone senza lavoro, penso soprattutto i tanti giovani oggi disoccupati, scivolano nello scoraggiamento cronico o peggio nell’apatia».

 

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