L’impegno della vita, il coraggio di viverla.

di Alessandro (V ginnasio, sez. E)

Eutanasia dal Greco significa letteralmente “buona morte”: morte che, secondo il parere dei suoi sostenitori, verrebbe provocata per porre fine alle sofferenze di un malato inguaribile.
Si parla di eutanasia passiva quando la morte sopravviene per sospensione del trattamento terapeutico e di eutanasia attiva quando è provocata dalla somministrazione di sostanze. L’eutanasia è simile al suicidio, pur con l’ovvia complicazione che al contrario di quest’ultimo, la persona che provoca la morte è diversa da quella che sceglie di morire.
L’argomento è al centro di vaste discussioni etiche, giuridiche, morali. Da un punto di vista medico la decisione di praticare l’eutanasia è molto controversa in quanto anche il giuramento di Ippocrate nonostante diversi aggiustamenti, vincola ancora i medici: esso vieta in sostanza la somministrazione di medicamenti letali ai pazienti qualunque ne sia lo stato di salute.
Secondo la morale cristiana l’eutanasia è sempre inaccettabile in quanto palese violazione del quinto comandamento “non uccidere”. Come infatti la vita non dipende da un atto di volontà dell’uomo, neppure il porvi termine dovrà dipendere dalla sua volontà. L’uomo, come diceva nel 2003 Giovanni Paolo II in occasione della XII giornata mondiale del malato, è amministratore e non proprietario della vita che Dio gli ha affidato e per questo è tenuto con riconoscenza a preservarla e a difenderla dal suo concepimento fino alla morte naturale.
Nella società di oggi appare logico come la sofferenza, privata di ogni senso trascendente, divenga sempre più insopportabile e quindi da rimuovere ad ogni costo e con ogni mezzo. Il diffondersi di queste pratiche, la loro estensione anche ai bambini, come di recente accaduto in Belgio, è solo la logica conseguenza di una certa concezione della vita umana.
Ho trovato delle analogie con il Foscolo nella sua concezione del mondo e della vita. Il poeta segue infatti le dottrine materialistiche e meccanicistiche dell’illuminismo, secondo le quali il mondo è fatto di materia sottoposta ad un processo incostante di trasformazione governato da leggi meccaniche. Anche l’uomo è soggetto alla stessa legge di dissolvimento della materia, perciò compiuto il suo ciclo biologico, si annulla completamente come individuo. Ma, mentre per i filosofi dell’illuminismo questa concezione materialistica della realtà e dell’uomo era motivo di ottimismo perché avrebbe dovuto liberare l’animo dalle superstizioni e dalla paura della morte, inducendoli a vivere più serenamente, per il Foscolo invece queste teorie erano motivo di pessimismo e disperazione.
Nell’ultimo verso del suo sonetto autoritratto emerge il tema della morte considerata l’unico mezzo capace di dare la gloria e la pace.

Solcata ho fronte, occhi incavati intenti,
crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto,
labbro tumido acceso, e tersi denti,
capo chino, bel collo, e largo petto;
giuste membra; vestir semplice eletto;
ratti i passi, i pensier, gli atti, gli accenti;
sobrio, umano, leal, prodigo, schietto;
avverso al mondo, avversi a me gli eventi:
talor di lingua, e spesso di man prode;
mesto i più giorni e solo, ognor pensoso ,
pronto, iracondo, inquieto, tenace:
di vizi ricco e di virtù, do lode
alla ragion, ma corro ove al cor piace :
morte sol mi darà fama e riposo .

La visione materialistica, lo porta a considerare l’uomo come prigioniero della natura, che, compiuto il suo ciclo vitale, piomba nel “nulla eterno”. Così considera la ragione un dono malefico della natura, causa di disperazione tale da trovare nel suicidio l’unica liberazione possibile. Tra le illusioni con le quali tentò di sostituire la fede cristiana nell’immortalità dell’anima, la più grande fu la gloria. In essa vide l’unico mezzo di sopravvivenza ideale dopo la morte. Tuttavia per il Foscolo le illusioni non furono mai una realtà assoluta, ma restarono sempre accompagnate dalla consapevolezza dei limiti della natura umana e dalla minaccia sempre incombente della morte e del nulla eterno.
Alla luce di questo mi domando se fosse vissuto ai giorni nostri con quella sua personalità così passionale, abbandonato agli impulsi del sentimento e al momento stesso desiderando ordine, disciplina, armonia interiore, se avesse dovuto scegliere, sarebbe stato pro o contro l’eutanasia?

 

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