« ‘A morte ‘o ssaje ched”è? …è una livella. »

di Pietro
(V ginnasio, sez. E)

La morte, fin dall’antichità, è stata sempre oggetto dei nostri pensieri. C’è chi l’ha affrontata, chi si è arreso, chi ha trovato in lei la fine di una vita sciagurata o, infine, chi l’ha considera come un confine da oltrepassare per giungere in paradiso.
Nel 1964 Antonio De Curtis, in arte Totò, scrive una poesia intitolata “ ‘A livella”. E’ ambientata in un cimitero, dove un malcapitato rimane chiuso. Questi assiste incredulo al discorso tra due ombre: una di un marchese e l’altra di un netturbino. Il marchese si lamenta del fatto che il netturbino si sia fatto seppellire accanto a lui, ma questi gli fa notare che non è stato lui a scegliere dove esser seppellito; vedendo che il marchese continuava con il suo lamento, il netturbino perde la pazienza e gli spiega che, indipendentemente da ciò che si era in vita, col sopraggiungere della morte si diventa tutti uguali.
Nu rre,’nu maggistrato,’ nu grand’ommo,
trasenno stu canciello ha fatt’o punto
c’ha perzo tutto,’a vita e pure ‘o nomme:
tu nu t’hè fatto ancora chistu cunto.
La morte è brutta ma ha un pregio, quello di essere uguale per tutti. Quindi se nella vita uno ha goduto di onori e di privilegi e un altro invece ha vissuto una vita di stenti, difficoltà ed insuccessi, con la morte, che non fa sconti a nessuno, tutto si livella.
In conclusione la morte rappresenta un concetto di uguaglianza.
Oltrepassando il cancello del cimitero, ogni titolo nobiliare è perduto, vengono meno quindi i valori caratteristici della poesia cavalleresca e greco – latina. L’idea di una vita vissuta nel segno di imprese gloriose e atti eroici, non è più un modello su cui basare la propria esistenza perché alla fine non ci saranno né nobili né plebei.
La morte, quindi, è vista da un’angolazione opposta alla canzone medievale, dove l’uomo è al centro dell’universo.
Gli Eroi di ogni tempo, sono pronti a morire per nobili ideali o per la terra d’origine, certi di cadere per una giusta causa e, di conseguenza, di ricevere eguale ricompensa per le proprie azioni. Esiste, dunque, il criterio della retribuzione terrena dei meriti e delle colpe degli esseri umani.
Nel 778 d.C. muore il paladino più famoso di tutto il Medioevo, Orlando. Caduti in un’imboscata per mano di Gano, la retrovia di Carlo Magno, guidata da Orlando, combatte valorosamente ma, poiché in numero assai inferiore, deve cedere ai Saraceni. Orlando è tentato di suonare l’olifante, per richiamare il resto dell’esercito. Il prode paladino si rifiuta perché chiamare i rinforzi sarebbe causa di eterno disonore. Quando dopo il sesto attacco dei Saraceni rimangono pochi cavalieri, egli dà il segnale non per chiedere aiuto, bensì per richiamare l’attenzione di Carlo Magno, affinché veda che è morto coraggiosamente. Anche durante l’ascesa in cielo, egli, ormai privo di forze, si adagia sotto un albero. Desidera far conoscere a tutti il suo valore. Appare così nel duplice aspetto sia di valoroso e fedele paladino del Re Carlo, sia di perfetto cristiano e la sua fine diventa simbolo di morte esemplare:
Ha rivolto il capo verso a pagana gente:
l’ha fatto perché in verità desidera
che Carlo dica a tutta la sua gente
che da vincitore è morto il nobile conte:
Confessa la sua colpa rapido e sovente,
per i suoi peccati tende il guanto a Dio.
La livella, invece, che è uno strumento adoperato generalmente da chi lavora nel campo dell’edilizia per “livellare” una superficie, è utilizzata da Totò come metafora della morte, livellatrice di ogni tipo di disuguaglianza esistente tra i vivi, pensiero simile a quello dei nostri tempi.

 

 

 

 

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